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Carlo Oberti
Dal 10 dicembre 2015 al 15 gennaio 2016

Forme - di Vittorio Raschetti

Una passione non chiede permesso. Una visione richiede meditazione.

Quella di Carlo Oberti, nella sua ansia di perfezione, si offre perfettamente ricomposta in lucida sintesi plastica, per raggelare il caos calmo dei riti interiori. Come un mare profondo di correnti fredde invisibili e potenti che spinge onde molto lontano dall’origine. Tutto deriva dalle forme, anche dalle forme alla deriva.

Si scopre una vena di lucida follia catturati nelle trappole della trigonometria. Angoli di mondo e forme acute del pensare per triangoli. Abilità del piegare lo spazio sfuggendo alla dittatura dei teoremi. Quella di Carlo Oberti è una cartografia del mondo assorta nella magica compostezza di forme pure assorte nella propria evidenza autoreferenziale. Sovrapposizioni di piani, adiacenze di solidi. Richiami di forme, incroci e ribaltamenti, rincorrersi di volumi. Riverberi di spazi. Nel bianco senza sbiadire. Nel bianco senza sbagliare.

Sull’orlo di un dirupo di millimetri, la ricerca di silenzi abissali si ritrova in ciò che è più vicino. Appartate nelle cose, stanno le relazioni segrete che si afferrano con la certezza delle leggi del tempo. Esplorazioni di superfici ed emersioni da luoghi remoti in cui ritirarsi. Carlo Oberti plasma opere che intendono rimanere enigmi, che si trattengono nell’allusione con frequentazioni ai confini del percepibile. Aporie dello spazio. Allegorie di solidi. Sopravvenienti e sopravviventi. Apparizioni e rifrazioni nelle moltiplicazioni negli specchi.

Innescare aspettative di regolarità nei rapporti tra le forme per poi tradirli con un dettaglio dissonante. Come in quel gioco enigmistico che ci chiede di trovare il particolare mancante. Il dettaglio differente risulta nascosto grazie all’inerzia della nostra immagine della memoria che tende a ripetere senza ascoltare la semplice verità della percezione. La visione è innocenza. E purezza di rapporti formali tra oggetti allo stato nascente che si offrono in un gioco di composizioni sempre varianti.

Le opere di Oberti sono architetture della mente, templi portatili. Icone polivalenti adatte per tutti i culti, prive di dogmi, ma ispirate dal culto della pura bellezza di idee platoniche. Una lentezza meditata di origami inesorabili nella precisione, pura felicità dell’astrazione di forme incastonate in se stesse, ripiegate sui propri confini.

Onde quadrate di carta nel mare interno della geometria. Una enclave euclidea in un mondo di simulazioni virtuali, antica solida e sicura come le geometrie antiche. Quella di Oberti è arte che procede per teoremi, passioni razionali ed assiomi da professare in composta solitudine. Non per inesattezze, ma per dimostrazioni e lucidi calcoli formali si raggiunge la bellezza di rapporti definitivi oltre l’impressione vacua del mondo.

Come reperti di ricordi, quelle di Oberti sono geometrie ritrovate nei vissuti della memoria. Simmetrie nascoste e combinazioni di impulsi costruttivi non transitori. Spazi di prossimità. Incontri non casuali di linee protese oltre i vuoti e le forme latenti. Strategie di frammentazione e ricomposizione su campi di intensità differente. Estroflessioni oltre il baricentro di volumi aggettanti sull’impossibile. Inserti di luce su sogni solidi.

Un caleidoscopio ghiacciato di forme cristallizzate ma mobili grazie all’improvviso ricordo di un gioco scomparso. E’ una logica criptata nel riverbero di luci di una lanterna magica. Una proiezione di diapositive in una stanza troppo illuminata che lascia solo intuire le immagini per eccesso di luce sul telo bianco.

Una clessidra orizzontale rifiuta di segnare lo scorrere del tempo, oggetti in surplace permanente, eternamente in bilico sul tempo, intrappolati in un istante inceppato prima della caduta.

Disperdere la disattenzione è l’imperativo morale che il rigore stoico di Carlo Oberti lascia apparire nel metodo delle sue composizioni. Occorre prontezza ed ostinazione per sincronizzare l’incontro con il tempo ortogonale della bellezza dei rapporti necessari tra le forme, perché il miglior modo di accogliere il destino è dare un appuntamento nel silenzio.

Come un fisico epicureo, Oberti sa che gli atomi nel vuoto cadono in linea retta, ma sa anche che possono deviare lungo una diagonale, il clinamen per arrivare a incontrarsi. Così le forme di Oberti pur rispettando l’ortogonalità a volte mostrano impercettibili deviazioni, che creano attrazioni tra le forme, innesti e nuove combinazioni di bellezza improvvisa e inattesa.

Nelle opere di Oberti fenditure e rime d’ombra sembrano cercare la cassa di risonanza per amplificare silenzi protesi nell’incessante del tempo. Solo strumenti musicali interrotti oppure eccessivi permettono di ascoltare suoni inediti di ignota provenienza. Ci si chiede quanto manchi alla fine dell’inizio, quando davvero cominci a svanire l’ultima nota che continua nella visione mentale abbagliante del bianco.

Contumaciale elogio di una forma presente in assenza, evocata nell’evanescenza del bianco. Claustrale disciplina del ripiegamento di forme innestate in se stesse e concluse, alla ricerca di un’aura che non circonda ma che è interna ai contorni delle cose.

Quella di Oberti è una disciplina della mente, una pratica di autocontrollo che serve a camminare su una fune come un equilibrista del pensiero visivo.

Occorre passare tra molte solitudini per trovare sentieri non ancora tracciati che portano nei pressi del vero. Perché non arrivare a nulla è diverso da arrivare al nulla.

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