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Michele Cerchia
dal 10 novembre al 14 dicembre 2018

Connaître, naître ensemble
Conoscere significa stabilire una comunione cosciente e vitale con il reale, essere congiuntamente con ciò che si conosce (con-naître: nascere insieme). La conoscenza è unione, compenetrazione, è fine a se stessa: la stessa vita di chi conosce. Il conoscere comporta gioia, perché è salvezza, salva l’uomo dalla sua limitazione e lo apre fino ai confini stessi dell’universo. Il conoscere, in questo senso pieno, che è inseparabile dall’amare, fa vivere all’uomo la pienezza di ciò che è.
Raimon Panikkar

La ricerca artistica, quando intrapresa con autentica vocazione, descrive un percorso evolutivo che riguarda non solo l’aspetto tecnico dell’opera, ma anche la qualità stessa del sentire e del fare arte. All’interno di questo processo di maturazione e di sperimentazione, diventa cruciale il passaggio da un approccio ‘coercitivo’, in cui prevale la volontà di esaurire formalmente un’idea, verso una nuova immediatezza espressiva che ne fluidifica la restituzione. Si tratta di uno dei momenti più interessanti della pratica artistica poiché permette di accedere ad una nuova facoltà percettiva e di scoprire l’esatta cifra del proprio talento e del proprio stile. In questo contesto si inscrive il lavoro di Michele Cerchia, sganciato da ogni tensione rappresentativa, ma ugualmente capace di evocare tutta la portata di una partecipazione intima e totalizzante al dato reale. “Dipingere è un’operazione conoscitiva”, così l’artista interpreta il proprio rapporto con la tela e con il mondo, interpretando la prassi pittorica come un veicolo per emanciparsi dalla maglia delle categorie. L’utilizzo dell’acquerello è funzionale ad una trasposizione veloce e spontanea dell’istanza creativa: come l’intuizione si spalanca tempestivamente di fronte alla coscienza, convogliando in pochi attimi la perfetta sintesi di una complessità, così il colore si espande e si fissa rapidamente sulla superficie bianca, permettendo alla forma di emergere in modo autonomo. La pittura diventa, allora, molto di più della mera gestione del mezzo e si allontana dall’ambizione tutta mentale di supervisionare il suo risultato. Al contrario, l’atto creativo è generato dal rapporto dialettico con qualcosa di ulteriore rispetto alla registrazione sensoriale, un dialogo che tocca le più alte corde della comprensione e a cui l’artista accede con umiltà e devozione. Il colore blu riassume questa doppia valenza: da un lato esso evoca la solennità di una sfera che trascende il limite umano, dall’altro è emblematico della corrispondenza interiore a quell’universo, aggiungendo all’opera una dimensione di profonda intimità. La visione è liquida, procede per giustapposizioni di significati, per velature che danno sostanza alla percezione, ma che non sottraggono allo sguardo la trasparenza necessaria per correre oltre ogni apparenza. Nella natura Michele Cerchia trova il più felice specchio della propria anima, celebrando segretamente la magia degli elementi, il loro linguaggio compositivo, la grammatica delle forze vettoriali che animano il paesaggio. Ogni opera riassume in sé la delicata autonomia dell’ambiente naturale, immortalato nell’istante eterno che precede ogni trasformazione.
Giulia Airoldi